Pensiero per un amico

C’era una volta un piccolo naviglio, che non voleva non voleva navigare.. e dopo una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette settimane, il piccolo naviglio prese a navigare..

C’era una volta e c’è ancora adesso un geniale blogger. Anche se ho letto tutto il suo blog e mi sono fatta raccontare un sacco di cose, in tutta onestà non so esattamente com’è andata.. quindi, come tutte le storie che meritano, inventerò di sana pianta quel che più mi aggrada.
Il geniale blogger non era nato blogger. E nemmeno alcolista, come il nome potrebbe ricordare. Appassionato di Friends, questo sì. Appassionato di ‘pedia, pure. Interessato alla blogosfera italica, anche.
Indipendentemente da cosa nacque, un giorno fu.
All’inizio scribacchiando il blog, poi iniziando a dare la scalata alla classifica della fantablogosfera.
In prima elementare mise uno contro l’altro il top management degli scribacchini italici; in seconda elementare, dopo essersi fatto crescere le unghie, puntò il dito acuminato sui peccati amorevolmente coltivati.
Il nostro eroe (nelle storie sono tutti eroi.. si è mai sentita la storia di un cretino qualsiasi?) grazie a una pozione gentilmente offerta da una telematica vecchina, riesce a farsi leggere ed apprezzare sia da quelli che ama, sia da quelli che odia. Neppure quelli che amano apparire riescono a evitarlo.
Dicevamo.. in terza elementare, poco prima di Natale e per scrollarsi via qualche sbadiglio, si lanciò sul tema della divulgazione artistica.
Per qualche logica markettara, di appeal e soprattutto per il connubio tra grandi classici dell’arte e l’uso di icone riconoscibili ad una cerchia non troppo ristretta, il suo progetto fece velocemente il giro del mondo.
Osannato dai media esteri (slashdottato!!), cancellato dai media nostrani (prendere delle opere e “dimenticarne” l’autore è peggio che ignorare), compartecipato nel suo dolore dalla blogosfera, spaventato dalle possibili ripercussioni legali, il nostro novello Duchamp si è ritirato a vita privata.
Il suo geniale palloncino vola via nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo, i fan attendono alla finestra fiduciosi, il nostro eroe pensa all’insalata che avrà per pranzo.

Il nemico ti ascolta

A tavola.

X Frieda posso chiederti che preparazione hai?
F ..
X ..perché prima quando ti hanno chiesto se la comunità era l’integrale di quella funzione non hai battuto ciglio!

(..mediamente quando vado in giro tutti pensano che io abbia una preparazione umanistica..)

Yesterday

Come preannunciato, ieri sono stata alla SISSA.
Nicola ha già raccontato la giornata benissimo. Io voglio semplicemente ricordarmi un paio di riflessioni capziose spuntate qua e là:
* tempi: in quattro eravamo troppi. Abbiamo fornito troppe idee e troppi spunti e risposto a troppe poche domande. Ci sarebbe voluto almeno il doppio del tempo e sarebbe stato bello poter fare un discorso corale, una sorta di brainstorming a braccio, a quattro voci.
* modi: qualcuno ha obiettato che i master si pagano e dovrebbero pagare
* fatti: vedere una classe che si anima tutta sul tema del sesso in SecondLife mi fa un certo effetto (qualcuno degli studenti ha commentato “Siamo un master di repressi!”)
Bilancio? Mi sono divertita, ho conosciuto persone nuove interessanti e incontrato (dal vivo!) Leonard Vertighel. Non posso chiedere di più :-)

Trieste (all day long)

Trieste di giorno è il blu del mare che costeggiamo, lo scatolo spigoloso che sembra in alta montagna dove ci rinchiudiamo.
È il riflesso abbacinante del sole sul mare che non posso guardare perché ho ancora il buio negli occhi, mentre in bocca rimane il gusto del caffè appena bevuto.
È il fascino del mare d’inverno, dell’archeologia industriale che vedo al di là della ferrovia e che sembra finire sulla spiaggia.

Trieste (by night)

Le strade di notte
mi sembrano più grandi
ed anche un poco più tristi:
È perché non c’è in giro nessuno.
Giorgo Gaber, Le strade di notte

Trieste di notte è una luce gialla che illumina le strade vuote, popolate da quattro foresti tagliati dal vento che teorizzano affrontando gli spigoli delle strade e gli spifferi di un cappotto senza mantellina.
Il mare canalizzato sbuca dietro l’angolo quando ormai non te lo aspetti più, portandoti al Pantheon in versione triestina, che alla fine non ha buchi e non è romano, ma solo una chiesa. Sul ponte, Joyce è inchiodato per sempre con l’aria vagamente corrucciata e forse è una statua e forse è un avatar (ma cos’è un avatar? posso essere un avatar anche senza capelli blu?).
Qualche buona indicazione e si entra in un vicolo con accesso vietato al vento, dove la notte improvvisamente si sveglia ed è ferma fuori davanti a un’enoteca, anzi no, si muove sulla sua soglia e nella calca fino al bancone perché poi, magia, ci sono diversi tavoli liberi.

FMR

Tempo fa un amico mi aveva segnalato un volume realizzato da FMR insieme al Ministero dei Beni Culturali che (stranamente) regalavano, semplicemente compilando un modulo online.
Visto, fatto e pure spammato agli amici.
FMR inizia a telefonarmi nei momenti più improbabili per fissare un appuntamento per consegnarmi il volume (ma non possono spedirmelo che gli costa meno e mi rompe meno? No.) e alla fine ci accordiamo per un mercoledì sera alle 20. Io mi scapicollo a casa dall’ufficio per essere lì, aspetto (“Che faccio, inizio a cucinare o no?“) e non si presenta nessuno.

20 telefonate per fissare un appuntamento e poi manco una per avvisare?!

Due giorni dopo (non il giorno dopo!) mi chiamano per la solita solfa (“Gentile signora siamo ancora in debito nei suoi confronti..“) senza nemmeno prostrarsi in scuse e alla richiesta di un nuovo appuntamento gli faccio notare seccata che al precedente non si sono presentati né hanno avvisato (magicamente *ora* qualche scusa arriva) e che non sono più interessata (nel week-end avevo avuto occasione di sfogliare il pregiatissimo volume dai genitori del signor N: belle foto, per carità, ma manco mezzo testo.. un volantino turistico evoluto). Praticamente mi attaccano il telefono in faccia.

5 minuti fa mi telefona una nuova donzella della FMR e inizia a leggermi la storia aziendale; appurato che stanno cercando di vendermi una meravigliosa sola, la interrompo e le chiedo come posso fare per fargli rimuovere i miei dati dal loro database; senza battere ciglio mi dà un numero verde da contattare.
Chiamo il numero verde (800 019632, caso mai servisse..) e mi ascolto tutta la solita pappardella: “Premere 1 per.., 2 per .., attendere in linea per gli altri casi” e io fiduciosa attendo in linea, dove due secondi dopo ricomincia il disco “Premere 1 per.., 2 per .., attendere in linea per gli altri casi“. Premo un numero a caso (credo 2): “Grazie per aver contattato la Franco Maria Ricci. I nostri operatori sono a vostra disposizione dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle ore 19” e avanti così a ripetizione senza traccia di un operatore, anche se sono solo le 15:30.
Attacco e richiamo. Prima che la vocina snoccioli tutta la lista delle operazioni premo 3: l’operatrice non è particolarmente sconvolta di trovarsi una che vuole tutt’altro (spieghiamolo ai signorini del 187!) e accoglie la mia richiesta.

(..se mi telefonano ancora, però, passo alle maniere forti. Del resto la carta brucia bene, no?)

@update: la sola nella sola è che qualcuno si è rivenduto il libro su e-bay (saggio!) trovando qualche fesso che l’ha pure pagato (5.50 di libro + 7.50 di spese = 13€ di spottone)

Marco Manray

Oggi a Trieste ho conosciuto Marco, che ha presentato alcune delle sue opere.
Una delle sue tante gallery si trova qui.

Ugo, la vet

Ieri sera preoccupata dalla consistenza degli escrementi di una delle bimbe ho skypato Ugo per chiederle consiglio, con le stesse angosce dei suoi abituali clienti.
Non essendo io un cliente e conoscendo abbastanza bene mia sorella, ho colto nel tono della voce quel “massi, ma cosa vuoi che sia” e mi è tornata in mente una conversazione di qualche tempo fa, quando le chiedevo se i vet ti dicono per contratto che la tua belva è proprio bella (la risposta è stata “sì”).
A lei sicuramente verrà benissimo.. da quando era abbastanza piccola (diciamo in grado di intendere e di volere) ha iniziato a dire che qualcosa era bellissimo quando le faceva assolutamente schifo, per evitare che le si leggesse in faccia cosa pensava.
Mi ricordo alla festa di una comune amica che una delle invitate, con i capelli color Pollyanna, si è presentata con un vestito di un viola improbabile, di quelli che fanno male agli occhi solo a guardarli.. beh, Ugo le è corsa incontro, l’ha salutata e sfoderando uno dei suoi migliori (falsissimi) sorrisi ha esordito con “Ma che bel vestito, ma come ti sta bene!”

(..io me la vedo guardare uno di quei cagnetti irascibili e odiosi e dire sorridendo al proprietario “Ma che simpatica bestiola che ha!”..)

Gnik!

A ti hanno incastrato con l’organizzazione?
F nu
F peggio
F volontaria
A tu sei pazza
F decisamente :-D